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Porto Santo Stefano da ricordare

Buongiorno!

Porto Santo Stefano - 26 0ttobre 1946

 

 

 

Sulla corriera, davanti alla stazione di Orbetello, una ragazza domanda cosa sia successo a Santo Stefano. E’ venuta da Livorno chiamata d’urgenza con un telegramma. Si guarda intorno con i grandi occhi spauriti, rattrappita dal freddo, con un vestitino marrone, chiedendo invano una risposta.

E quando sa che tutta una famiglia è perita sotto la furia del diluvio, teme per i suoi e due lacrime le rigano le guance livide, ed i visi di compatimento dei vicini rafforzano il triste presentimento.

Ad Orbetello da un’amica ha la condanna “E’ morta tutta la tua gente”: il babbo e sei fratelli. La mamma si è salvata . Pare fulminata. Con lo sguardo di pazza, con la voce dura rotta da sordi singhiozzi, chiede perché e come è avvenuto lo scempio. E sa.

E ascolta battendo i denti dal terrore. Sa che ieri l’altro si scatenò il finimondo e già la domenica prima la sua casa aveva corso serio pericolo sul ciglio del Fosso del Campone. Voleva andarsene suo padre, il Milani, ma non aveva trovato posto in paese. Vi fu la sera della domenica un nubifragio che non si ricordava a memoria d’uomo. Fulmini e saette a catena e acqua a valanghe che scese dal monte trasportando tronchi e massi che riempirono il fosso, sbriciolarono gli argini, invasero furiosamente la campagna.

Non si sapeva più quale era il mare e quale la terra: una cavalcata imbestialita di onde. La piccola casa sul greto partì come un fuscello, squarciata.

C’era dentro la mamma, il babbo e i sei fratelli. Lei, la ragazza era a Livorno. Furono inghiottiti, travolti, soffocati. La madre ebbe il tempo di stringersi la più piccola di 17 mesi ed uno di 3 anni, ma li perse. Precipitarono tutti in una specie di cascata, risucchiati dai gorghi, e corsero morti verso il mare..

La madre fu spinta in un campo e la trovarono all’alba, completamente nuda, svenuta.

 

Notte d’inferno

Notte d’inferno nel paese maledetto. Vogliono cambiargli nome i suoi abitanti per vedere se la iella finisce. E’ tra i borghi più sfortunati d’Italia.

Più di 100 bombardamenti l’hanno raso al suolo, il 92% delle abitazioni sono cumuli di macerie e la gente vive nelle cantine rimaste sane, a ridosso di due tronconi di muro, nei tuguri senza tetto, con le frasche sulla testa, un materasso in terra e lumini a petrolio. Da finestre spesso fanno i cartoni e da parte due tavole inchiodate. Da non credersi.

Due settimane fa scoppiò l’epidemia di tifo. Parve che un terribile fato pesasse sul paese distrutto: 180 casi si registrarono in poco tempo in forma grave, complicati sovente da pleuriti e polmoniti perché molti malati sono costretti a curarsi nell’unica stanza di un magazzino, sul pagliericcio, sotto le volte umide.

L’epidemia ebbe origine idrica: i tubi dell’acqua, erosi, spezzati, passano vicino ai pozzi neri ed avvengono delle infiltrazioni letali.

Non bastava il tifo ed ecco il nubifragio.

Ormai lo dicono tutti i santostefanesi: “Bisogna cambiargli nome al paese”

Ieri dalle strade non si passava, erano fiumi in piena. I campi sono mari sterminati di fango e gli orti pietraie di macigni rotolati dai fianchi del monte.

Sradicate le piante, sfogliati gli olivi, invase di mota le cascine; un contadino piange sulla propria rovina, la moglie dice che è tre notti che non dorme perché la piena ha portato via ogni cosa dalla stanza e lei si è salvata per miracolo attaccata col bimbo ad un palo di ferro del pergolato.

 

Dateci una stanza asciutta

La sera i rappresentanti dei partiti, come protesta per lo scarso interesse dimostrato dal governo e dai suoi rappresentanti, indissero lo sciopero generale per tutti i lavoratori.

Parte dei malati fu trasportata all’Ospedale di Orbetello. Stamani di buon’ora il popolo ha accolto con schiamazzi e urla il Prefetto di Grosseto in visita al paese distrutto. Il locale commissario ha preso anche dei pugni dalla folla esasperata, ma i capelli bianchi e il nobile comportamento del Prefetto a poco a poco hanno placato le ire. Visita a lungo i luoghi della sciagura seguito dagli scioperanti.

Discutono a tu per tu sui bisogni più urgenti, chiedono provvedimenti, invocano ad alta voce misure di urgenza. E le donne lo aspettano davanti agli usci delle case, il Capo della Provincia, e lo introducono tra catini messi per terra a ricevere gli scoli dei soffitti. Col pianto in gola, smanettando concitate : “Dateci i tegoli, dateci una stanza asciutta!”

Il corteo sale le rampe motose del paese, passa per le vie squinternate fermandosi di volta in volta nelle catapecchie dove non mancano nuovi casi di tubercolosi, malattia sconosciuta a Porto Santo Stefano prima della guerra.

La chiesa ha conservato solo il campanile; in un buco salvato per miracolo donne e uomini stanno a testa bassa, muti.

Cinque bare si allineano e tre ceri piangono fiochi. Le bare sono scoperte e nelle bare i corpi dei bimbi dormono terrei avvolti nei lenzuoli bianchi, col viso tumefatto, ferito. Nella bara più grande il babbo e sui ginocchi la figlia di 17 mesi.

Su due assicella vicino all’uscio, l’ultima bimba trovata stamani, la sesta morta della famiglia Milani.

Il prefetto permette che i senzatetto prendano possesso delle palazzette disabitate e la gente invade anche un grande palazzo e la caserma della Guardia di Finanza che è ancora da finire. Basta che non ci piova. Alle finestre ci si penserà.

Il Prefetto, presenti il Sindaco, i rappresentanti del popolo e degli enti locali e di soccorso, esamina in Municipio la situazione di Santo Stefano dando disposizioni tassative per una immediata distribuzione di indumenti personali da parte della Croce Rossa, per la trasformazione di due ville, una delle quali di Luigi Barzini junior in ospedale e convalescenziario e per la ricostruzione della tubatura dell’acqua.

Fin da stasera sono forniti i tegoli dal Genio Civile e in 15 giorni si monterà una grande baracca donata dalla Svizzera. Ma questi sono provvedimenti lenitivi, non risolutivi. Per Santo Stefano ci vuole ben altro. Ci vuole un intervento diretto di Roma immediato che risolva nel minor tempo possibile i problemi gravissimi che affliggono questo paese. Le parole non riescono a dare chiara l’idea di quanto grave sia la situazione di Santo Stefano. Una visita del ministro Romita è richiesta con insistenza.

Come vivrà la gente qui l’inverno? Con la pioggia che cade sui letti, col freddo, col tifo che ha superato la fase critica ma che continua a propagarsi minaccioso?

Ci vogliono case, molte case per vivere come cristiani.

I lavoratori hanno immediatamente cessato lo sciopero, ma disinteressarsi delle loro tragiche vicende sarebbe un grosso errore.

Quello che è stato fatto e proposto fino ad ora non basta.

                                                                                         Aldo Santini

 

2008 - Capodomo - di Raul Cristoforetti