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Porto Santo Stefano da ricordare

Buongiorno!

Angelo e la sua chiesa

 

 

 

Il lavoro da muratore non mancava davvero.

La vecchia chiesa distrutta

dai bombardamenti

La guerra era finita da qualche anno e in paese era tutto un brulichio di cantieri piccoli e grandi, spesso semplicemente familiari, indaffarati a ricostruire le case, le scuole, gli edifici pubblici, il porto, le strade… che le bombe avevano distrutto.

In una situazione così un lavoro lo trovavi facilmente. Certo, un lavoro sporco e faticoso: su e giù con la paiola e il materiale da costruzione, con la polvere addosso e nei polmoni, al caldo cocente d’estate e al freddo polare d’inverno, sempre in bilico sulle impalcature senza uno straccio di protezione. Ma lui era giovane, e poi quello passava il convento e quello bisognava prendere.

Angelo aveva allora 19 anni e tutta la vita davanti da vivere. Qualche soldino da parte bisognava pur metterlo.

Babbo e mamma provvedevano al presente, ma al futuro, alla famiglia che di lì a poco avrebbe messo su, ai figli che certamente sarebbero venuti, alla casa che avrebbe avuto bisognava che ci pensasse lui. E quel lavoro serviva a questo.

Poi chissà, più in là avrebbe anche potuto cercarsene un altro, se ne avesse avuto voglia. Forse imbarcato su una paranza o un bastimento, come molti suoi compaesani...

Di case Angelo ne aveva viste ricostruite tante ma quella a cui adesso stava lavorando era una casa tutta speciale. Era la Chiesa parrocchiale del paese, la “Casa del Signore”.

Mentre lavorava sulle impalcature, chissà avrà forse pensato che non era da tutti poter dire: “Io quella chiesa l’ho aiutata a nascere. Non come gli altri che si sprecano in parole, parole, parole. Io ci ho lavorato: pietra su pietra. Io l’ho bagnata col mio sudore. E forse un pizzico d’orgoglio l’avrà pure sentito per quella bella chiesa che stava sorgendo, sotto la fortezza spagnola, a due passi dal mare. Fra un po’ d’anni avrebbe potuto dire ai suoi figli:

La chiesa nuova

"Vedete quella chiesa? Vostro babbo ci ha lavorato, l’ha aiutata a nascere”.

Non mancava molto alla fine dei lavori.

L’inaugurazione era prevista verso la fine dell’anno prossimo.

Ma quell’anno non giunse mai per Angelo. Il suo tempo finì in un giorno, che nessuno ricorda più, del 1949. I dispositivi di sicurezza lassù, sull’impalcatura dove si trovava, a quel tempo erano del tutto inesistenti.

Il 25 dicembre dell’anno successivo, come previsto, la chiesa fu aperta al culto, con festa grande della popolazione, che tornava ad avere la sua chiesa, con l’intervento delle autorità religiose, civili e militari, come si conviene. Tanti discorsi di circostanza, Messa di ringraziamento. Tanti sorrisi ed allegria.

Sarebbe stato però bello se nella chiesa, anche in un angolino, anche piccola piccola, fosse stata messa una targhetta a ricordo di Angelo, con su scritto: “Ad Angelo caduto sul lavoro durante l’edificazione di questa chiesa. I paesani riconoscenti

Ma le lapidi, si sa, si affiggono a memoria di eventi storici e per personaggi importanti che in qualche modo abbiano avuto a che fare con quel luogo: visite, soggiorni, nascite e morti.

Non era il caso di Angelo. Lui era soltanto un muratore di 19 anni

 

                   

           

 

 

 

 

2008 - Capodomo - di Raul Cristoforetti