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Porto Santo Stefano da ricordare

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Santo Stefano e i santostefanesi

 

 

Il racconto, un po' fantasioso e un po' no, prende lo spunto da un articolo del dr. Ettore Zolesi

 

A Santo Stefano i santostefanesi hanno sempre voluto bene.

E non poteva essere diversamente: aveva dato il nome al paese e s’era assunto l’onere di diventarne il patrono, da sempre, da quando il paese era nato.

Certo, nella scala degli affetti Santo Stefano era un po’ indietro rispetto alla Madonna, ma precedeva di gran lunga tutti gli altri santi. Anzi, al confronto, gli altri non esistevano proprio.

Per la verità un po’ più di bene i santostefanesi glielo volevano ai tempi della vecchia chiesa, quando le donne del paese, con lo scialle sulle spalle e un velo nero sul capo, andavano numerose ad inginocchiarsi sulle panche per chiedere un po’ di protezione per il marito o un figlio imbarcato o un po’ d’aiuto per qualcuno della famiglia che ne avesse avuto bisogno.

Ma erano altri tempi. Allora il dio Progresso con le sue mirabolanti invenzioni e le sue lusinghe non aveva ancora distratto i paesani. C’era solo il Dio dei nostri padri.

A quel tempo Santo Stefano era quasi considerato, con il dovuto rispetto, santostefanese pure lui. Di dove fosse e il motivo per cui fosse stato proclamato santo, non erano poi così importanti. Anzi i più nemmeno lo sapevano o se lo ricordavano. Era santo e basta. Il loro santo.

Che bisogno c’era poi di aggiungere alla parola "martire" quel prefisso “proto”, che fra l’altro suonava proprio male. Proto che? E che voleva dire? Santo Stefano bastava e avanzava: Santo Stefano patrono di Porto Santo Stefano e protettore di tutti i santostefanesi. Perfetto così.

E come negli altri paesi anche i santostefanesi, una volta edificata la loro chiesa, commissionarono ad un “artista” un’immagine tangibile del loro santo di fiducia, da porre su un altare per onorarlo, come si conviene, per portarlo in processione il giorno della sua festa ed “utilizzarlo” in tutte le cerimonie dove fosse richiesta la sua presenza.

Le immagini del santo che nella non lunga vita di Porto Santo Stefano hanno arredato la chiesa parrocchiale sono varie. Ognuna ha una sua particolare fisionomia, una sua storia, una diversa accoglienza da parte dei paesani.

Quando la vecchia chiesa fu consacrata nel lontano 1750 il santo era rappresentato da un busto in legno e gesso con le sembianze di un

"Nasone"

giovinetto vestito con una bella tunica ricamata e con i riccioli biondi che gli scendevano sulla fronte.

Economico, leggero e maneggevole presentava sul retro una specie di maniglia che consentiva di impugnarlo per esporlo benedicente ai fedeli in chiesa nei giorni di festività solenne, portarlo in corteo a placare una tempesta quando le paranze erano fuori a pesca, invocare tra le vigne la protezione divina al tempo della vendemmia, e così via.

Il bel viso del giovane aveva però un piccolo difetto, se così si può dire: il naso era leggermente esagerato. Evidentemente l’artista, scolpendolo, non era andato troppo per il sottile ma aveva tirato un po’ via.

La qual cosa non sfuggì ai paesani. E com’era consuetudine allora, gli affibbiarono un nomignolo adeguato: “Nasone”.

C’è da dire che a quel tempo nei paesi affibbiare un nomignolo ad una persona non aveva nulla di irrispettoso o dispregiativo. Anzi, era una dimostrazione di familiarità, di affetto. Così anche per Santo Stefano. E il Santo Stefano di quella statua diventò affettuosamente per i santostefanesi Santo Stefano, detto “Nasone”.

"Paino"

Lui da dietro l’altare accoglieva tutti appena varcavano la soglia della chiesa e con il suo sguardo mite e rassicurante infondeva fiducia a piene mani.

Ascoltava paziente e comprensivo gli sfoghi e le suppliche di chi lo invocava, più che altro donne perché gli uomini erano molto occupati altrove, asciugava qualche lacrima e rimandava tutti a casa più leggeri e fiduciosi.

Nei giorni di tempesta quando tutti in paese erano in apprensione per i loro cari imbarcati, lui con il sacerdote e le donne in corteo, sfidava la pioggia e il vento per andare a placare, dalla piazzetta della Croce, la furia del mare.

E così in tante altre occasioni.

Santo Stefano non negava mai la sua intercessione presso l’Onnipotente a chi gliela chiedesse con umile fede.

In cambio, durante le processioni patronali, quando il serpentone si snodava per le vie, tra ceri accesi e coperte ricamate distese alle finestre, il paese si raccoglieva affettuosamente intorno a lui, mentre il canto dolcissimo delle donne si spandeva giù fino al mare, dal Valle alla Pilarella, risaliva per San Pietro e il Pispino su fino al monte. Raggiungeva le stelle.

Ma venne il giorno in cui l’arciprete ritenne che quell’immagine non fosse più adeguata ai nuovi tempi. Innanzi tutto occorreva un Santo Stefano tutto intero e non a metà come Nasone, e poi quel giovane rappresentato non ispirava affatto l’idea di santità che da un’immagine sacra ci si dovrebbe aspettare. Sembrava un giovanotto come tanti, come quelli che si incontrano ogni giorno agli angoli delle strade, magari a far la corte a qualche bella ragazza.

Occorreva un’immagine più ispirata, ieratica, ecclesiale, che esprimesse meglio il concetto di santità divulgato dagli altari.

Fu così ordinata una seconda immagine, più coerente con i canoni ecclesiali, in cui il santo tiene con la destra un ramoscello di palma, simbolo del martirio, e nella destra un libro, simbolo della sapienza divina. Fu rivestita con i paramenti sacerdotali, come si conviene, ed esposta in una grande nicchia nell’abside, di fronte all’altare, opportunamente schermata da vetri per proteggerla dalla polvere e dalle malizie dei fedeli.

E’ verosimile che il nuovo Santo Stefano, così diverso da Nasone, abbia lasciato i paesani alquanto perplessi. Docili al magistero della chiesa, però accettarono il nuovo arrivato, non senza affibbiargli, magari sottovoce, un nomignolo che a loro parve adeguato: “Paino”, che dal dialetto potrebbe tradursi “damerino”.

Nasone fu relegato in sacrestia.

Poi venne la guerra, a cui non importava nulla di Nasone, di Paino e di tutti i santostefanesi, e distrusse, con le case del paese, anche la vecchia chiesa.

Nasone e Paino rimasero sotto le macerie dei bombardamenti, ma mentre il primo ebbe fortuna e sebbene un po’ ammaccato, se la cavò, per l’altro, più fragile e delicato, non ci fu niente da fare. La teca di cristallo ed il suo sguardo mite ed implorante non lo salvarono dalla furia devastatrice delle bombe.

Terminata la guerra cominciò come sempre la ricostruzione.

Anche i santostefanesi, nel loro piccolo, si misero all’opera. Il paese lentamente risorse e cosi pure la chiesa che fu consacrata il giorno di Natale del 1950.

Occorreva adesso una nuova immagine del santo patrono in sostituzione di Paino, rimasto sbriciolato sotto le macerie e, francamente, negli ultimi anni un po' fuori moda. Un'immagine moderna e artistica, che fosse in armonia con la nuova chiesa e con i nuovi tempi.

E la nuova immagine, questa volta una vera statua di terracotta, arrivò, cinque anni dopo, nel 1955, opera di un famoso scultore, Emilio Greco.

E' verosimile che ì santostefanesi, soprattutto quelli più anziani affezionati a Paino, siano rimasti un po' sconcertati dal nuovo venuto tutto bianco avvolto in un lenzuolo bianco. Ma come sempre si adeguarono e col tempo si affezionarono anche a lui. La statua, di notevoli dimensioni, fu posta al centro dell'abside dove rimase per una cinquantina d'anni fino al 2006.

In quella data, quando fu ridisegnata l'area presbiteriale della chiesa, la statua di Santo Stefano fu disinvoltamente sloggiata e collocata su un altare laterale.

Al suo posto, con tardivo saggio ripensamento, fu collocato un crocifisso ligneo.

Per la processione a mare nel giorno dedicato al santo patrono, si dovette utilizzare, data la non trasportabilità del "Biancone", troppo pesante e fragile, un Santo Stefano portatile, tradizionale questa volta, come Paino, con un ramo di palma nella destra ed il libro della sapienza nella sinistra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2008 - Capodomo - di Raul Cristoforetti