L'ospedale

Era una notte tempestosa…” si legge in qualche romanzo d’appendice.

Sicuramente per i due promessi genitori nessuna notte fu più tempestosa di quella.

Tutto ebbe origine da una pietosa decisione della hermana superiora. In realtà la santa donna era preoccupata di come la situazione stava evolvendo. Gli italiani non facevano progressi: la bimba accettava la loro compagnia e soprattutto i regalini che giorno dopo giorno le facevano, ma di oltrepassare il cancello dell’Hogar nemmeno a parlarne. Accompagnata, con la massima disinvoltura, verso l’uscita, giunta in prossimità del cancello si irrigidiva tutta, puntava i piedi e cominciava a tirare all’indietro con tutte le sue forze . A nulla servivano le stucchevoli coccole persuasive della mamma e i discorsini del papà in perfetto dialetto castigliano a tutti incomprensibile.

Tra le hermanas dell’hogar stava serpeggiando il dubbio che mai la bimba si sarebbe allontanata da loro e che gli italiani sarebbero tornati a casa a mani vuote. Il terrore cominciava a dilagare.

L’hermana superiora non cessava di rincuorare i poveri martiri “Oggi mi sembra che le cose vadano molto meglio.” Mentiva spudoratamente, ma a fin di bene.

“Penso che fra qualche giorno la bimba acconsentirà a venir via con voi.”

A volte ricorreva all’ adulazione “C’era anche una coppia di americani in concorrenza con voi, gente molto ricca. Ma noi abbiamo preferito voi, anche perché avete il nostro credo religioso.”

A volte, nello sconforto, un passo falso “ La bimba è il caso più difficile che abbiamo qui all’Hogar.”

Poi un giorno, vedendo il disfacimento psico-fisico dei promessi genitori, dovuto al caldo insopportabile, alla fatica per i viaggi quotidiani da S.Josè all’Hogar e alle tribolazioni per il piccolo tesoro, comunicò la sua decisione “Stanotte, se volete, potete dormire qui da noi insieme alla bimba. Non l’abbiamo mai fatto per nessuno, ma voi siete un caso molto speciale. Può servire a saldare il vostro rapporto.”

Le hermanas, piene di speranza, allestirono di buon grado una stanza con tre lettini in un piccolo edificio in legno accanto a quello delle bimbe con l’occorrente per il quotidiano bagnetto. Poi accompagnarono gli italiani e la piccola indigena all’ingresso e augurarono la buonanotte. Fuori cominciava a piovere.

Un ospedale. Appena soli e dopo un giretto di sopraluogo, la stanza come per incanto si trasformò in un mini-ospedale con due degenti piuttosto gravi, i promessi genitori per l’appunto, ed una indaffarata doctora che si premurava di strapparli a fine prematura.

E così, mentre fuori era il diluvio, alla luce delle fioche lampade a risparmio energetico, la doctora passava da un lettino all’altro rimboccando la coperta ai degenti, misurando loro la febbre con un invisibile termometro, somministrando balsamiche medicine. Infine, per farli dormire contenti, distese nel lettino accanto a loro una bambola ciascuno, rimboccò ulteriormente le coperte fino al naso e stette per un po’ a vegliarli fino a che si addormentò.

Fuori diluviava, e il fragore della pioggia sul tetto della casetta di legno, in quella surreale scenografia ospedaliera, faceva pensare che la fine del mondo non dovesse poi essere tanto lontana.

La mattina dopo, aprendo cautamente la porta, l’Hogar si presentò splendente di sole, con le iguana che sgambettavano felici sui tronchi della legnaia e, sulla porta della stanza accanto, una hermana che pedalava spensierata su una macchina da cucire precolombiana.

 

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