Il gufo e la gallina

Che caldo, affogo, affogo!” esclamava all’improvviso togliendosi la maglia di lana e scaraventandola lontano “oggi non se ne può più! Mi sento male dal caldo”.

Era il classico rituale dell’ora di pranzo. Poteva essere dicembre, gennaio, o un qualunque mese invernale, con la pioggia, la neve e il vento, era sempre la stessa scena. Almeno un giorno la settimana, inevitabile.

Gabriele la guardava sconsolato. Rattrappito su una sedia, con il collo del pullover pesante tirato su fino alla bocca, le mani retratte dentro le maniche, come Cucciolo di disneyana memoria “Sei malata mamma, curati” diceva mestamente con voce rassegnata.

Poi estraeva una mano diafana dalla manica lanosa e la porgeva alla calorosa dicendo: “Senti, senti qua. Poi dimmi che ne pensi.”

Mamma Rita palpeggiava la gelida manina, come si potrebbe fare con l’appendice di un marziano e puntualmente ribadiva: “I malati siete voi. Ma cos’avete nel sangue, i ghiaccioli?”

Al lato opposto della tavola l’altro uomo di casa, perennemente raffreddato, infagottato con uno strano pullover senza maniche a cui era molto affezionato da quand’era ragazzo, assisteva alla scena senza intervenire. Era un uomo rassegnato al suo destino. Di martire. Durante la stagione invernale metà del suo tempo lo trascorreva a chiudere porte e finestre che la calorosa lasciava immancabilmente spalancate.

“Aria, c’è bisogno di aria nelle case” ripeteva la donna passando da una stanza all’altra col marito al seguito.

Di alzare un po’ la temperatura dei termosifoni, nemmeno a parlarne. Il poveretto, quand’era solo, ogni tanto ci provava, ma con scarso successo. Non passava molto che li ritrovava come prima, come sempre un po’ più su del minimo.

“Quest’anno si è speso un patrimonio di gas. Bisogna risparmiare!” era l’imperativo.

Il lettuccio caldo della notte avrebbe potuto essere l’unica consolazione alle avversità climatiche del giorno, ma anche lì godere dell’agognato tepore non era cosa facile.

Se gli uomini si suddividono in gufi e galline in base all’orario con cui sono soliti coricarsi, il freddoloso non poteva che essere una gallina e l’altra, la calorosa, un gufo.

Succedeva così che la gallina, poco dopo cena, augurava la buonanotte a tutti e si ritirava.

“Nelle mie stanze” diceva.

Indossava il suo pigiama molto lanoso, si infilava avidamente sotto lo spesso coltrone, se lo rimboccava fino al naso e si addormentava felice. Il gufo si ritirava molto più tardi, a notte inoltrata, quando già la gallina era immersa nel sonno più profondo. Accendeva il lampadario a sei luci della camera e, indossato il suo leggerissimo pigiama, si buttava a letto in uno svolazzio di coperte e cigolio di molle.

Poi, dopo mezzo minuto di quiete, con il rituale “Che caldo, si affoga, si affoga!” afferrava il bordo del coltrone e lo scaraventava in fondo al letto, spingendovelo ben bene con i piedi. Al dormiente, preparato all’evento ma completamente rintronato dal brusco risveglio, non restava altro che andare a recuperare il coltrone, e, tenendolo ben stretto con ambo le mani, rimboccarselo nuovamente fino al naso. Il gufo poi si calmava, ma prima di addormentarsi, si voltava verso la gallina e premurosamente chiedeva:“Dormi? Peccato, sarebbe così bello parlare un po’

La gallina si riaddormentava molto, ma molto tempo dopo.

 

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