I crocioni

Le scogliere, le spiaggette sassose, le piccole baie per cui l'Argentario gode meritata fama tra villeggianti e vacanzieri non sono alla portata di tutti i comuni mortali.

Madre natura, nella sua infinita ingiustizia, le ha riservate ai beati possessori di una barca. Per loro raggiungerle via mare è cosa da niente. Se ne vanno sfrecciando tra sbruffi d'onda e rombi di motore travolgendo tutto e tutti alla conquista delle agognate mete. Dove, un volta giunti, si cercano pazientemente e non senza fatica, un angolo di mare lasciato libero dalla flottiglia che li ha preceduti, e se ne stanno tutto il giorno a cuocere al sole, nella noia più totale e rodendosi d'invidia per chi, accanto a loro, possiede una barca più grande e più lussuosa.

Per chi una barca non ce l'ha non rimane che l'avventura della discesa - salita al ritorno - via terra, con la speranza di centrare l'obbiettivo e di arrivarci in discrete condizioni psico-fisiche.

Sentierini stretti e scoscesi scendono giù dalla Strada Panoramica serpeggiando nella macchia odorosa e graffiante, avventurandosi su costoni da vertigine roventi dal sole, precipitando per rustiche scalinate per arrivare infine all'agognato mare. Che normalmente il bagnante pellegrino non può mai godersi appieno al pensiero angosciante del ritorno.

Rita e i suoi uomini, marito e figlio, la barca non ce l'avevano. Ma mentre per lei una spiaggia valeva l’altra – Rimini sarebbe stata l’ideale – gli altri due erano di gusti esattamente contrari. La spiaggia ideale per loro doveva soddisfare tutta una serie di requisiti, che riguardavano le dimensioni e il colore dei sassi e della ghiaia, l’esposizione al sole, il fondo del mare, il retroterra, la vegetazione circostante e soprattutto la lontananza dalle aborrite ville dei ricchi villeggianti.

In conclusione, le spiagge preferite erano anche le più inaccessibili. E la fatica immane per raggiungerle? Poco male, quanto più grande era la fatica, tanto più godurioso sarebbe stato il bagno e la permanenza in quel piccolo paradiso.

I suoi uomini erano fatti così, degli asociali senza un briciolo di cervello. Bisognava rassegnarsi.

Quando la famigliola decideva di andare al mare, Rita ci provava a proporre una spiaggetta popolare nei paraggi, facile facile da raggiungere, da poterci quasi arrivare con la macchina, ma subito si scontrava con lo sdegnato rifiuto degli uomini. E così puntualmente doveva ripiegare sulla scelta altrui.

Preparati i sacchi con maschere e pinne, le borse con l’acqua e le vivande, gli asciugamani e l’inseparabile borsa dell’oro, la comitiva si avviava su per la Panoramica, incontro al destino.

La prima parte della discesa normalmente avveniva senza difficoltà. Gli uomini avanti baldanzosi, Rita indietro, aggrappata al suo oro. Già nella seconda parte di solito cominciava qualche esternazione circa gli uomini più o meno normali, i cromosomi avariati, il destino di martire delle donne, ecc. Il tutto con abbondante accompagnamento di sospiri e lamentazioni. Poi però il mare tutto faceva dimenticare.

Ma al ritorno….

Il sole a picco, la fatica della salita, il peso del carico e dell’oro avevano facile sopravvento sull’autocontrollo di Rita e sulla sua volontà di non dare soddisfazione ai compagni di salita.

Arrancava la poverina su per il sentiero, rossa in viso e stralunata dalla fatica, inveendo contro gli imbecilli in genere ed in particolare, chiedendo al cielo il perché di tale destino infame, ecc. ecc.

Poi, una volta arrivata al termine della salita, paonazza per il caldo e la fatica e scapigliata come un demone, il rituale: con la punta del piede tracciava una grossa croce per terra e sentenziava: “Io qui ci faccio il crocione, non mi ci porterete mai più!”

Per i suoi uomini era quello il momento clou della giornata, la ciliegina sulla torta, insomma. E tornavano a casa felici e contenti.

Alla fine della stagione del mare quasi tutti i sentieri che conducevano alle spiagge erano pieni di crocioni.

 

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