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Hanna Camminava piano, cercando di confondersi tra la gente. Le avevano detto che doveva sembrare una ragazza come tante altre, sorridente e serena, come naturale per i suoi 16 anni. Doveva recarsi nel luogo che le avevano indicato, aspettare che possibilmente vi fosse il maggior numero di persone e poi dare uno strappo violento alla cordicella che usciva da quella maledetta cintura che le stringeva forte la vita. Poi sarebbe stato il paradiso, come il Profeta aveva promesso. Avrebbe vendicato i soprusi, le ingiustizie, le sofferenze, il sangue che la sua gente aveva subito da parte di “quelli”. Sarebbe stata un martire, ricordata con ammirazione dai suoi coetanei: “Hanna ha avuto il coraggio di farlo. Hanna era la migliore di tutti noi.” con orgoglio e rispetto dalla sua gente: “Hanna era una di noi, una figlia di Palestina.” Che importanza potevano avere gli altri anni che le sarebbero stati da vivere ancora, se questa era la ricompensa per la sua azione? Questo le avevano detto tante e tante volte quegli uomini in quelle segrete riunioni nello scantinato di casa sua. E a quegli uomini non si poteva non credere. Tra loro ce n’erano alcuni che avevano già compiuto gesta eroiche. Altri avevano perso figli o fratelli. Altri poi erano dei religiosi che parlavano con le parole del Profeta. E i ritratti appesi alle pareti con le immagini di coloro che prima di lei avevano compiuto la grande scelta, non esprimevano già la gioia del paradiso? Come non credere? Quegli uomini dicevano la verità. Così Hanna aveva offerto il suo nome da aggiungere alla lista dei martiri. Poi la vita era tornata come prima, come quella di tante ragazze della sua gente che tanto dovevano dare in famiglia e poco avere per sé, mentre il ricordo di quei segreti incontri e della sua terribile promessa pian piano sbiadiva tra gli altri. Ma un giorno il capo di quegli uomini aveva bussato alla sua porta e con fare cerimonioso le aveva detto: “Hanna, è giunto il tuo momento. Così vuole il Profeta.” Il cuore le si era quasi fermato nel petto. Camminava piano Hanna, costeggiando le case, cercando di mostrarsi serena e sorridente, come una ragazza che va a comprare qualcosa per la mamma, come una ragazza che allunga un po’ la strada del ritorno a casa per vedere il suo ragazzo che vende frutta su una bancarella in fondo alla via. Ma nella mente e nel cuore di Hanna c’era l’inferno. “Cani, cani, cani- sibilava tra i denti quando incrociava ignari passanti – siate maledetti per il male che avete fatto alla mia gente, per il male che state facendo ai miei genitori, per il male che state facendo a me.” E le veniva una gran voglia di piangere. Sedersi in un angolo e piangere, piangere… Si costringeva allora a pensare a quanto aveva udito e visto e che le era rimasto scolpito nella mente. A quel giorno, così raccontava suo nonno, in cui i soldati avevano bussato alla sua porta e gli avevano detto che dovevano andar via di lì. Che quella terra era destinata ad altri. Non potevano rimanere. E così avevano caricato tutte le loro masserizie su un carro e si erano uniti alla lunga carovana dei profughi costretti a lasciare le loro case, i campi, il frutto del loro lavoro. “Cani, cani, siate maledetti. Pagherete per questo.” E a quel giorno in cui alcuni uomini erano entrati tumultuosamente nella sua casa gridando che suo fratello più piccolo era stato ucciso dai soldati. E lei era corsa dietro suo padre e sua madre urlanti e lo avevano trovato riverso sul selciato con accanto i sassi che aveva raccolto per lanciarli contro i carri armati. “Cani, cani, cani” ripeteva ossessivamente. E a quel giorno ancora in cui aveva assistito, insieme ad alcuni suoi coetanei, alla distruzione da parte dei soldati, della povera casa in cui abitava una sua parente con i figli, perché uno di loro era stato coinvolto in un attentato. E pensava alla miseria della sua famiglia, alle umiliazioni quotidiane di suo padre che non riusciva a trovare un lavoro che consentisse loro una vita decorosa, e alla paura che provava ogni volta che sentiva lo sferragliare dei carri armati sotto casa, o a quando doveva passare di corsa accanto ad essi per andare a scuola, dall’altra parte del paese. Questi ricordi si accendevano nella sua mente come lampi dirompenti. Si susseguivano, si accavallavano, si confondevano tumultuosamente. “Cani, cani, morirete tutti. Siate maledetti per l’eternità.” E mentre il suo volto si impietriva sempre di più via via che si avvicinava al luogo designato, dentro piangeva disperatamente. Hanna aveva solo 16 anni.
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