L'oro

Rita amava molto l’oro. E l’oro di Rita erano le collane, i braccialetti, gli orecchini e tante cianfrusaglie della sua personalissima collezione. Essi suscitavano in lei uno strano sentimento di quasi-amore materno, un atavico istinto di protezione. Talvolta srotolava il fagottino che li avvolgeva, li allineava con cura sul letto e se li riguardava con tenerezza uno per uno. Una lucidatina per ravvivarne lo splendore, e poi, soddisfatta, li metteva nuovamente a riposare, nel loro caldo fagottino, al sicuro, sotto una pila di lenzuoli ed asciugamani nell’armadio di camera.

Se per Cornelia, madre dei Gracchi, i figli erano i suoi gioielli, almeno così ci hanno insegnato a scuola, per Rita i gioielli erano tutti suoi figli. E come tali dovevano essere protetti.

Rita aveva escogitato vari sistemi antifurto per quando si allontanava da casa. Ma tutti presentavano qualche inconveniente. Lasciare una luce accesa per ingannare i ladri, poteva andar bene per un giorno o due, ma era un po’ troppo dispendiosa se l’assenza si prolungava. Chiudere tutte le porte interne a chiave, a doppia mandata, come diceva lei, non sembrava sufficiente e poi andava a finire che qualche chiave si perdeva sempre e si doveva ammattire per rientrare nelle stanze. Sparpagliare nei posti più impensati della soffitta tutti i suoi gioielli poteva essere una buona soluzione, se però, al rientro, si fosse ricordata dove li aveva nascosti. Ma così non era mai. Seguivano allora giorni a rivoltare la soffitta in febbrili ricerche e liti furibonde con il marito che non capiva la sua angoscia e non collaborava per ritrovare i dispersi.

Giunse così la soluzione radicale: portarsi dietro l’oro quando l’assenza da casa si preannunciava lunga.

Come ad esempio quando la famigliola partiva per il mare.

E Rita andava tranquilla per le vie del paese di villeggiatura con l’oro nella borsetta.

“Un etto di prosciutto” chiedeva al salumiere. E l’oro era lì con lei.

“A Pisa non si dormiva la notte per il caldo” diceva ritualmente ai conoscenti, e l’oro era sempre lì con lei, in fondo alla borsetta, protetto e al sicuro.

Nei giorni del mare, sulla spiaggia, la faccenda si complicava. Con tutta quella gente intorno, non si poteva lasciare l’oro incustodito per andare a fare il bagno. Bisognava stabilire dei turni: uno andava e l’altro restava di guardia, e viceversa.

Quando il bagno toccava a lei, comunque, Rita, che del marito senza cervello aveva una fiducia pressoché nulla, non si allontanava mai troppo da riva e sempre teneva d’occhio la borsa dell’oro, bella in vista sulla spiaggia e amorevolmente coperta da un asciugamano.

Un triste giorno Rita rischiò di morire. Di dolore, per la perdita dell’oro prediletto.

Tutto avvenne, come al solito, per colpa del senza cervello di suo marito.

La giornata era bella e il mare invitava alla navigazione.

“Perché non andiamo a fare i muscoli al solito posto?” suggerì il tentatore.

Il solito posto era uno scoglio a un centinaio di metri dalla spiaggia, ben conosciuto da entrambi.

“E l’oro, come facciamo?”

“Ce lo portiamo dietro. Lo carichiamo sul materassino e lo spingiamo a nuoto, tanto, vedi, il mare è liscio come l’olio. Non c’è nessun pericolo.”

Rita rimase perplessa. Guardò la borsa dell’oro, poi lo scoglio al largo, che sembrava lontano, lontano. Infine, poiché fare i muscoli le piaceva molto, acconsentì.

“Se lo dici tu….”

Così, sotto gli occhi degli allibiti bagnanti, si avviarono: Rita nuotava davanti, tirando il materassino con la sinistra, il senza cervello spingeva da dietro, e l’oro, amorevolmente zeppato tutto intorno con un asciugamano, se ne stava beato al centro, come un marajà sulla sua portantina.

Avevano ormai fatto metà della traversata, e già Rita cominciava a pensare che forse il marito aveva avuto la prima idea sensata della sua vita, quando lontano, al largo, sullo specchio abbagliante del mare, comparve una leggera increspatura. Un’onda piccina, piccina, una sola venuta chissà da dove, si stava avvicinando alla comitiva, ma senza alcuna intenzione aggressiva, senza voler disturbare nessuno. Si insinuò lateralmente sotto il materassino e, con dolcezza, lo inclinò di quel tanto che le serviva per passare.

E quel tanto bastò. La borsa dell’oro, scivolò lentamente di fianco e senza un gemito, un sussurro, scomparve nel blu.

“L’oro, l’oro!” esclamò Rita con voce strozzata, agitandosi nell’acqua come una papera aggredita.

Si dice che c’è un momento nella vita in cui agli uomini è data la possibilità di vedere tutto insieme il loro passato. Il marito, in quell’istante del naufragio, vide tutto insieme il suo futuro. Un futuro miserevole, un futuro per espiare la Colpa.

Rita si stava già predisponendo all’immersione per tentare di recuperare l’amato, quando l’uomo si accorse che la borsa dell’oro stava sì scendendo verso il fondo, ma molto lentamente, evidentemente sostenuta dall’aria rimasta intrappolata al suo interno. Si immerse allora repentinamente appena al di sotto della superficie, allungò una mano e afferrò il prezioso carico prima che scomparisse negli abissi. Lo ricollocò sul materassino sotto gli occhi allibiti di Rita che non credeva al miracolo.Tornarono a riva.

E prima che il sole tramontasse al di là dell’Isola Rossa, qualche ora più tardi, Rita ebbe tutto il tempo per esprimere, con tutto il garbo e delicatezza di cui madre natura l’aveva sovradotata, la sua considerazione per il marito senza cervello e l’apprezzamento per le idee geniali di cui lui solo era capace.

 

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