La bambola

Il piccolo tesoro amava molto le bambole. E più erano grandi e più le amava.

La prima che gli aspiranti genitori le donarono non era decisamente all’altezza. Era graziosa con le lentiggini e i lunghi capelli rossi, ma le modeste dimensioni suscitarono solo un piccolo amore. Ebbe vita travagliata e terminò di soffrire in un sacchetto di plastica bianca, completamente calva, ripudiata.

Altre bambole indigene non ebbero sorte migliore.

Ma l’incontro con la bambola del destino avvenne, ed era una sera piovigginosa a S. Josè. Era l’ora della passeggiata e l’Avenida Central traboccava di gente di tutti i colori. Tutti insieme, vivaddio, bianchi con i bianchi, indigeni con indigeni, senza pregiudizi di razza o di posizione sociale. Come spiegava orgogliosamente un amico dei due aspiranti genitori, bianco per l’appunto.

E gli italiani con la piccola indigena vagavano in quella marea.

Era uno dei rari momenti di tregua. Mamma Rita, si soffermava davanti alle vetrine cercando la grande occasione, mentre con la destra teneva ben serrata la borsetta che portava a tracolla, il papà ripassava tra sé e sé qualche regola grammaticale della lingua spagnola e il piccolo tesoro, tra i due, procedeva di malavoglia, a rimorchio, quasi infastidito da quel via vai generale.

Quand’ecco la rivelazione.

In una vetrina illuminata una bambola gigantesca elegantemente vestita e ingioiellata sorrideva ai passanti. Fu amore a prima vista.

“ La quiero, la quiero….” Cominciò dapprima sottovoce e quasi inebetito il piccolo tesoro con la manina puntata verso quella visione celestiale. “...la quiero, la quiero “continuò in un crescendo vocale che sembrava inarrestabile.

A nulla servirono le spiegazioni, in italiano la madre e in puro castigliano il padre, che quella muneca non si poteva comprare, che era una cosa che i grandi mettono nelle vetrine per mostrare i vestiti alle signore ed invitarle a comprare.

Ascoltava, la piccola, e subito replicava con calci e scariche di strilli da far gelare il sangue nelle vene.

E così, in quell’angolino della meseta central, sotto un cielo non dei migliori, lontano dalla loro terra e dai loro cari, si consumò ancora una volta il martirio dei poveri aspiranti genitori. I passanti si soffermavano incuriositi ad osservare la scenetta familiare con il piccolo tesoro che si rotolava nelle pozzanghere dell’avenida in preda a convulsioni di pianto intercalate da strilli e singhiozzi irrefrenabili e i due aspiranti genitori che impossibilitati a scomparire, come avrebbero voluto, cercavano alla meno peggio di darsi un contegno accettabile.

E tra gli spettatori, chi guardava con pietosa commiserazione la piccola indigena scrutando poi con aria inquisitoria e di biasimo i due infelicissimi italiani, e chi invece esprimeva loro con lo sguardo fraterna solidarietà gettando occhiatacce di severo rimprovero alla piccola indigena irriconoscente. Il richiamo del sangue non era forse del tutto estraneo nello schieramento.

Intanto continuava a piovigginare.

Carità cristiana spinse ad un certo punto la commessa di un negozio lì vicino ad avvicinarsi alla piccola indemoniata con un sorriso angelico sul volto ed un palloncino colorato nella mano. Animo semplice! Un pugno ed uno strillo assordante polverizzarono questo e quello. L’ingenua arretrò scomparendo tra la gente.

Sarà stata la pioggia sottile e persistente, ma più verosimilmente la spossatezza e l’accertata inutilità di tanto dispendio di energie, fatto sta che dopo un pò la piccola indemoniata cominciò a calmarsi. Le convulsioni tra le pozzanghere e gli strilli assordanti cedettero il posto a un rantolio roco e monotono. L’uragano tropicale si era esaurito.

Fu allora che l’aspirante padre, accertatosi che il piccolo tesoro fosse ritornato inoffensivo, lo raccolse dalla strada, se lo caricò sulle spalle e insieme a Mamma Rita, che ad ogni buon conto continuava a tenere ben serrata con la destra la borsa a tracolla, piano piano risalirono l’avenida verso casa.

 

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