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Porto Santo Stefano da ricordare

Buongiorno!

Io, Fortezza di Porto Santo Stefano …

 

 

Ho visto cose io che voi non potete nemmeno immaginare.

E come potreste? A voi ometti figli di questo tempo non è rimasta nemmeno la capacità di immaginare.

Voi galleggiate come i sugheri delle reti dei pescatori, che vanno qua o là a seconda del vento che tira ma non possono immergersi a scoprire le meraviglie del mare.

Io li ho conosciuti i veri uomini. Quelli che di notte sfidavano il mare con le loro vele o quelli che sgobbavano da mane a sera per portare un po’ di pane in famiglia.

Ma voi… voi che prendete l’auto anche per andare a pisciare, che date di matto se rimanete per più di un minuto senza il vostro cellulare, che godete tanto a farvi trombare il cervello dalla televisione … voi che gente siete? Come siete diventati?

Certo vi avranno raccontato a scuola che un tempo c’erano i corsari cattivissimi con il turbante e la scimitarra che davano noia alla nostra gente…

Vi avranno raccontato, ma non è detto, che tanto tempo fa arrivarono i soldati francesi con l’erre moscia e mi presero a cannonate tanto per fare un piacere a Tommaso di Savoia che stava assediando Orbetello…

E vi avranno sicuramente raccontato che durante la guerra le bombe cadevano a grappoli dal cielo sul paese come nemmeno in un film di fantascienza.

Questo vi avranno raccontato e questo vi basta. Ma io, la Fortezza di questo paese, quelle cose le ho vissute sulla mia pelle… io c’ero!

Il mio paese… io e lui siamo nati insieme e non ci siamo mai separati.

Io l’ho protetto dai corsari che saccheggiavano i paesi della costa e rapivano donne e uomini per farne quello che volevano. Chiedete a quelli del Giglio che voleva dire cadere nelle mani di quella gentaglia. Chiedete, chiedete…

E quando i francesi s’incaponirono di prendere Orbetello per levare lo sfizio al Cardinale Mazarino io mi sono schierata al fianco degli orbetellani…

Mi avessero serbato un po’ di gratitudine per la mia generosità!

Ometti, ometti. Pescatori di anguille e niente più.

In quell’occasione le cannonate dei vascelli francesi mi distrussero mezza terrazza e gli spalti e ammazzarono qualche guardia e il buon Bartolomeo che le comandava.

Povero Bartolomeo, così attaccato alla figlia, Giacinta. Dopo la morte della moglie viveva per lei… sognava di farne una regina… Ma lei si ammazzò… altro che regina! Sconvolta dalla morte del padre e del suo innamorato, Iacopo, – io lo conoscevo… un bravo ragazzo - si gettò dagli spalti piuttosto che rimanere nelle mani di quella gentaccia…

Maledetti “erre moscia”!

Ma basta! Non ne voglio più parlare se no mi metto a piangere…

Io ce l’ho un cuore, io… Ma voi, gente di ora, riuscite a immaginare, a capire?

E quando in quel giorno di guerra maledetto, e nei giorni successivi, arrivarono a nugoli i bombardieri, riuscite a immaginare l’inferno che si scatenò nel paese? Riuscite ad udire gli schianti, a vedere le vampe delle esplosioni? E le case che crollavano, la chiesa… Riuscite a vedere gli uomini e le donne che correvano disperatamente in cerca di riparo con i figli in braccio o trascinati per mano? E le urla, le udite? Le urla… Ancora le sento dentro di me… come se tutto stesse accadendo adesso.

E io che non potevo far niente… solo guardare… udire… e piangere.

Ma basta! Ora me ne vado a dormire. Ma prima di addormentarmi, come ogni sera, voglio pensare a qualche cosa di bello che mi riconcili con il mondo.

Qualche ricordo bello per la verità ce l’ho. Come potrei dimenticare le bilancelle che ancora a notte fonda uscivano dal porto e in fila indiana si dileguavano nell’oscurità verso punta Madonnella… o il loro rientro al tramonto tra uno svolazzio di gabbiani?

E i ragazzetti che urlavano i loro giochi correndo scalmanati su e giù per le scalinate, come li potrei dimenticare?

E le donne con le brocche sulla testa che chiacchierando e ridendo portavano a casa l’acqua dell’Appetito…

E lo scalpiccio dei somari che ancor prima dell’alba passavano per le vie del paese portando in groppa gli uomini alla loro quotidiana fatica…

Ma tra i ricordi più belli c’è quello delle donne, avvolte nei loro scialli scuri, che venivano alle pile, qui sopra, col cesto dei panni da lavare. Risento ancora il loro vocio, le loro cantilene, le risate…

Sono cose che voi non avete conosciuto e non riuscirete nemmeno a immaginare.

Siete solo degli ometti, figli del vostro tempo. Un tempo di nani.

Ma ora basta. Voglio dormire. Buonanotte.

 

2008 - Capodomo - di Raul Cristoforetti