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1) Noi, sfollati a Calagrande...

L’inverno 1943 – 1944 fu molto mite meteorologicamente, ma ostile e disagiato per tutti gli abitanti dell’Argentario, in particolare per i santostefanesi, a causa della guerra.

Eravamo “sfollati” in campagna, come del resto tutti gli abitanti del paese, dopo il primo disastroso bombardamento aereo di Porto S. Stefano, effettuato alle ore 12,30 dell’8 dicembre 1943. Primo di una lunga serie, causò, forse perchè inatteso, più vittime ( 34 morti e 12 feriti) di tutti i restanti bombardamenti, cannoneggiamenti e mitragliamenti, del conflitto.

Tutti i paesani si erano dispersi per la campagna, i monti e le valli del promontorio; il Municipio di Monte Argentario si era trasferito presso il Convento dei Padri Passionisti. Si erano occupate grandi o piccolissime e fatiscenti casette agricole, erano state costruite baracche e capanne. Ogni gruppo di famiglie aveva provveduto a costruirsi un rifugio antiaereo scavato nella roccia o nell’insicuro terreno calcareo.

Noi, mio padre e mia madre, le sorelle Gina e Lela, il cognato Mario Cristoforetti, marito di Lela, mio fratello Emilio, i nipoti Bruno e Danilo, figli di Gina, ed io stesso, nove in tutto, avevamo occupato una discreta casetta agricola con tetto in cotto e intonacata dentro e fuori, di circa 20 metri quadrati, una vera sciccheria, di proprietà del compare Damiano Rosi, in località Le Colonne di Calagrande, a circa cinque chilometri dal paese. Mio fratello Renzo, 2° Capo della Regia Marina imbarcato sull’incrociatore Fiume, era stato dato “disperso” (così venivano chiamati i morti non accertati della guerra) nella grande battaglia navale di Capo Matapan del 28 Marzo 1941. Mio cognato Umberto Piccinotti, marito di Gina, maresciallo dell’Aeronautica Militare, era prigioniero in Germania, perché catturato dai tedeschi mentre il suo reparto era in ritirata, dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia.

Eravamo quindi tre famiglie di sbandati, ricoverati in un unico, anche se decente, locale. Ricoverati, perché il locale era appunto un ricovero di attrezzi agricoli, senza servizi. Mario, l’infaticabile e insostituibile capo tribù, aveva costruito un robusto letto matrimoniale a due piani che insieme ad un lettino ed una branda pieghevole occupavano la zona notte. Il soggiorno era lo spazio della brandina pieghevole, che veniva chiusa durante il giorno. In un angolo c’era pure una specie di camino che costituiva la cucina. Tuttora, a tanti anni di distanza, non mi capacito di come in quella stanza potesse esserci tutto quello spazio. Quando poi veniva Alfredo, il genero del compare, un paio di volte all’anno, per espletare il lavoro di manutenzione di un paio di poste di vigna che facevano parte della proprietà, accadeva il massimo. Alfredo era sfollato con la sua famiglia al Monte dei Frati, dall’altra parte dell’Argentario, quasi tre ore di cammino, e quindi, dopo una giornata di lavoro nella vigna, come potevamo farlo ripartire a piedi per tornare a casa? Allora la notte veniva chiusa la porta, steso uno strapuntino in terra per Alfredo e, a meno di qualche bombardamento notturno, nessuno poteva più uscire fino alla mattina. Gli inquilini a quel punto erano diventati dieci.

Intanto stava per venire alla luce Raul, figlio di Mario e Lela.Quasi per miracolo, nessuno mai si ammalò durante tutto il periodo trascorso nell’accampamento. Il tempo, come ho detto, fu meraviglioso e il luogo era stupendo; non a caso, dopo il conflitto, sono state costruite in quella zona le più belle ville e a trenta metri dalla nostra casetta fu costruito il night “Strega Del Mare”, la prima e più famosa discoteca dell’Argentario. Beneficiavamo di un clima incantevole e un panorama mozzafiato. La mattina, affacciandoci alla casetta dopo un bombardamento notturno, con uno sguardo potevamo verificare tutti i danni provocati dalle bombe cadute nei pressi e le casette eventualmente colpite o distrutte. Sfortunatamente avevamo vicino, tre o quattrocento metri in linea d’aria, anche il Semaforo della Marina Militare di Calagrande e a causa di questo, dovemmo subire due o tre mitragliamenti di aerei da caccia a bassa quota. I mitragliamenti cominciavano dalla nostra casetta, perché gli aerei spuntavano a sorpresa dal colle che era alle nostre spalle e terminavano dopo il semaforo. La notte potevamo agevolmente seguire la discesa e caduta dei bengala e la mattina all’alba iniziava la gara per il ritrovamento dei piccoli paracadute di seta, che servivano per ricavarci fazzoletti e mutande di pregio. Per noi ragazzi era veramente un grande gioco e tutto faceva parte di una fantastica avventura. Beata incoscienza degli adolescenti!

Dopo una quindicina di giorni di permanenza in casetta, mia sorella Lela inaspettatamente ebbe le doglie: era Raul che si annunziava prematuramente. Naturalmente non poteva nascere dove eravamo; allora Mario in fretta e furia si procurò un carretto a mano con grandi ruote, di quelli usati per il trasporto delle casse di pesce dai motopescherecci alle “friggere”, e vi caricammo sopra Lela, sdraiata su un paio di cuscini. Poi, con me alle stanghe e Mario che spingeva dietro, ci avviammo lungo la strada panoramica verso il paese, al nostro appartamento miracolosamente ancora intatto.

La nostra casetta era vicinissima al termine della strada panoramica: una bella strada non asfaltata, costruita negli anni trenta. Mia mamma seguiva il carretto come la Madonna. Era il giorno di Natale. Ricordo un cielo terso e un vento di tramontana fortissimo, che nelle curve, specialmente quella della Villa Feltrinelli dove sboccava impetuoso, sollevava la ghiaietta dalla strada. E ricordo il dolore che mi faceva scaraventandola con forza sulle gambe (avevo i pantaloni corti), e la disperazione di non poter lasciare le stanghe, perché se lo avessi fatto sarebbe accaduta una tragedia e Raul sarebbe nato sulla strada.

In serata arrivammo a casa. Mario si precipitò a chiamare la balia, anch’essa sfollata nelle campagne, e la mattina dopo, il 26 Dicembre 1943, giorno di Santo Stefano, nacque felicemente Raul Stefano. La balia, dopo il parto, fece coraggiosamente un paio di visite al pargolo ed alla puerpera affrontando la strada e le bombe e dopo un paio di giorni tornammo tutti nella casetta; il paese, come ripeto, era disabitato.

A causa, forse, della nascita prematura, Raul, poco più che settimino e quindi dal fisico non troppo robusto, a tre mesi, si prese la tosse asinina e il Dott. La Cava consigliò di aggiungere al poco latte materno un po’ di latte d’asina; sarebbe servito a fortificare le difese dell’organismo. Il Dott. Paolo La Cava, medico condotto di Porto S.Stefano, avrebbe meritato, insieme alla levatrice Silvia, una medaglia d’oro al valore civile, per la sua umanissima e coraggiosa attività, l’assistenza umile e disinteressata nonché la piena disponibilità nell’affrontare faticosi e disagiati percorsi per raggiungere i pazienti bisognosi della sua opera. Arrivava ovunque fosse richiesto il suo intervento e aiuto. Ha avuto la riconoscenza di tutto il popolo sbandato, ma in seguito, mai nessuno dei miei concittadini amministratori, ha avuto il pensiero riconoscente di ricordarlo e di dedicargli almeno una strada del paese. Questa è vera e ottusa ingratitudine!

Tornando a noi e alla tosse di Raul, dopo una fortunata ricerca nella zona, trovammo una “somara” che aveva partorito di recente e, ottenuta la comprensiva approvazione del proprietario dell’animale, io e mio fratello Emilio, a turno, andavamo tutte le sere da “Gasperino”, fratello di Ada l’infermiera, conoscente di mamma, e distante da noi non più di un chilometro, a prendere una bottiglietta da “gazzosa” del prezioso latte di asina. Trovandosi la casetta vicinissima alla strada panoramica, un giorno arrivò improvvisamente un camion di tedeschi che si misero a “reclutare” degli operai per scavare trincee e costruire piazzole per cannoni o mitragliatrici proprio vicino a noi, al termine della strada. Mio cognato non c'era, o si era nascosto, ma mio padre, cinquantasettenne impiegato statale, sempre stato nell’ufficio telegrafico, fu “arruolato”.

Noi non conoscevamo il motivo della retata e quindi ricordo che lo spavento dei miei fu tantissimo. Per tutto il giorno aspettammo il rientro, se mai ci fosse stato, e non potete immaginare la gioia che provammo nel vederlo rientrare, la sera, stanco morto, spaventato, con un pezzo di pane in mano. In seguito quelle buche non servirono a niente perché i tedeschi erano già in ritirata.

 

Franco Rinaldi.

 

2) Ricordo mio padre...

Ricordo che mio padre mi raccontava:

… di un uomo sordomuto, che sentiva i bombardieri prima che arrivassero e che a motti faceva capire agli altri, aprendo le braccia, che stavano per arrivare …

… degli zii che durante i bombardamenti, seguivano a occhio nudo le bombe che se non esplodevano venivano disinnescate e il tritolo estratto per per scavare rifugi nel monte.

… di quella volta che sono anche stati bloccati in un rifugio perchè i detriti avevano ostruito il passaggio.

… di quando sono stati mitragliati lui e un suo amico, e come un parente, visto che erano vicini a un muro di un giardino, li avesse consigliati di riparasi alla base del muretto visto che poi i 2 caccia sarebbero ritornati dal lato opposto per ri-mitragliare..

… di quando c'erano i tedeschi e andavano a portar loro la carne vedendo che regalavano dolciumi ai bambini. E poi lo stesso con gli americani.

…di mio bisnonno che aveva due paranze  che per prudenza spostò dal molo davanti all' attuale Comune a quello da dove adesso parte il traghetto per il Giglio. E che poi ovviamente affondarono lo stesso!

…della vicina di mia nonna Pignatelli (quando abitavano a lato del Comune sulla scalinata a dx) che oltre a perdere i fratelli è rimasta con un braccio leso dalle macerie della propria casa bombardata.

... del dopo guerra, quando si giocava sui cannoni contraerei abbandonati e ci si girava come sulle giostre e di quando si levava la balistite dai bossoli per andare a pesca!  Che paura si presero dei miei amici quella volta che l’esplosione fu tremenda e come poi non ci provarono più!  Poi dell’ esplosione di pescherecci nelle cui reti si impigliavano i siluri e le mine, come successe allo "Zucchino"! Del piroscafo che esplose in rada, quello me lo ha citato.

Di più adesso non ricordo...

 

Guidi Duilio

2008 - Capodomo - di Raul Cristoforetti