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Porto Santo Stefano da ricordare

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Anno 1607 - Porto S.Stefano, non c'era ancora, ma...

 

 

Un curioso episodio, tra atto di fede e realtà, verificatosi a Porto Santo Stefano nel 1607 viene descritto nel libro "Vita dell'Ammirabile Servo di Dio Padre F.Giovanni da S.Guglielmo" di P.F. Arsenio dell'Ascensione.

 

" Non c'è da meravigliarsi che le creature sensibili si mostrassero tanto soggette a lui (Padre Giovanni da San Guglielmo), se pareva che anche quelle insensibili lo riconoscessero, come si vide più volte per il mare e per i venti, e particolarmente tornando una volta da Roma nell'anno 1607.

Arrivato a Porto S. Stefano, sopraggiunse una furiosa tempesta, che dopo essere durata tutta la notte, anche la mattina andava crescendo.

Pertanto i marinai non vedendo alcun segno di miglioramento del tempo, pregarono il Padre che scendesse dalla barca perché volevano tirarla a terra, dal momento che giudicavano che occorresse rimaner lì due giorni. Al che egli rispose che voleva quella stessa mattina andare a dir Messa a Castiglione della Pescaia.

Risero di tale risposta i marinai, ma dopo che il Padre ebbe pregato un poco e il mare rapidamente calmatosi, la barca potè ripartire e percorrere quelle trenta miglia che vi sono da lì al detto luogo, in meno di quattro ore.

Così egli potè dire la Messa dove aveva programmato.

Tralascio molte cose simili raccontate dal padrone della barca Guglielmo da Lucca, abitante in Piombino, accadute mentre trasportava il Padre, ma non posso tacere che mentre il Padrone trasportava il Padre nella sua barca ed essendosi sollevata una repentina e furiosa tempesta, che non solo impediva il navigare ma metteva anche in pericolo le barche ferme a terra, solo questo felice vascello con meraviglia e stupore di tutti navigava tanto prosperamente che sembrava che le onde si umiliassero davanti a lui e i venti lo favorissero, come se rispettassero la tranquillità d’animo del servo di Dio e l’umiltà del suo cuore."

 

Il brano, riportato in italiano corrente, si riferisce ad un travagliato viaggio via mare da Roma a Castiglione della Pescaia effettuato nel 1607 da Padre Francesco Nicolucci, conosciuto come Giovanni da San Guglielmo.

 

Giovanni Nicolucci da San Guglielmo, prima frate degli Eremiti di Sant’Agostino, poi Agostiniano scalzo, visse fra il 1552 e il 1621. Fu dichiarato venerabile nel 1770 da papa Clemente XIV. La figura del venerabile Giovanni è profondamente legata alla Maremma. Dopo essere vissuto a lungo in Umbria, infatti, gli fu concesso dal suo Ordine di ritirarsi a Malavalle, località a pochi chilometri da Castiglione della Pescaia, laddove secoli prima aveva vissuto come eremita San Guglielmo. A Malavalle padre Giovanni assunse il nome, con cui sarà in seguito ricordato, di Giovanni da San Guglielmo ed intraprese una vita simile a quella ascetica e contemplativa del santo. Padre Giovanni portò la sua predicazione a Sassofortino, a Castiglione della Pescaia, a Buriano e in molti altri paesi dell’area grossetana. Giunse infine a Batignano, dove entrò nella congregazione degli Agostiniani Scalzi. Qui morì il 14 agosto 1621.

 

Nel brano viene riferito come la barca che trasportava il religioso, colta da una "furiosa tempesta", si fosse rifugiata a Porto Santo Stefano.

Quel Porto Santo Stefano del 1607, come testimoniato da altri documenti dell'epoca, non era certo un paese, come Porto Ercole, Orbetello o Talamone nelle vicinanze, una comunità, cioè, organizzata e regolamentata con proprie istituzioni. Paese lo sarebbe diventato soltanto verso la fine del secolo.

A quel tempo era soltanto un approdo sicuro, riparato dallo Scirocco e dal Libeccio per la conformazione della costa e difeso dai corsari da una torre di avvistamento (probabilmente in quell'anno era già in avanzato stato di costruzione la Fortezza Spagnola). Un approdo sufficientemente attrezzato per le poche barche dei pescatori, per lo più stagionali, per quelle che trasportavano merci per le guarnigioni delle torri vicine,per quelle che venivano a caricare legname e carbone ricavati dai bosci dell'Argentario e per quelle in transito bisognose di una sosta di riposo o per necessità.

E nelle vicinanze, a poca distanza dal mare, c'era certamente qualche magazzino per il ricovero di merci e attrezzature, qualche baracca o rustica abitazione per qualche pescatore, tagliaboschi, carbonaio ed operai impiegati nella costruzione della Fortezza ed altri manufatti, ed in genere per quella povera gente che dalle risorse del luogo traeva il sufficiente per vivere E certamente c'era una taverna, una fonte copiosa ed una cappella votiva dedicata a Santo Stefano.

Una cappella da niente, ma importante perchè dal santo a cui era dedicata il futuro paese avrebbe preso il nome.

In quello stesso anno, 1607, Gilles Nunes Orejon, governatore di Orbetello, sotto la cui giurisdizione l'Argentario ricadeva, fece affiggere questa lapide a imperituro ricordo di quanto egli avesse fatto per i suoi sudditi di quel lido.

 

Anno del Signore 1607

Gilles Nunes Orejon  spagnolo di Avila, dopo 55 anni trascorsi in guerra , governatore di Orbetello e Talamone per grazia di Filippo III, sotto il suo vicerè conte di Benevento, fece costruire a sue spese, come qui si presentano, una piccola chiesa a Dio, un palazzo con un giardino ed una vigna per sè e i suoi notabili, due fonti copiose di acqua dolce per i marinai, una locanda per tutti, magazzini per i pescatori.

Epigrafe originale

da "Memorie istoriche dell'antico e moderno Talamone"

 

Traduzione (con correzione della data)

 

2008 - Capodomo - di Raul Cristoforetti